Capitolo secondo
L’iconoclastia dei fondamentalisti con l’iPhone
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• 2. L’iconoclastia dei fondamentalisti con l’iPhone [23-49]
2.1. Palmira, crocevia di culture [24-25]
2.2. Attacco alle radici pagane del mondo arabo [25-30]
2.3. I tesori perduti della Siria e dell’Iraq [30-34]
2.4. Devastazioni deliberate, una sentenza storica dalla Corte dell’Aja [35-37]
2.5. I più crudeli furono i cristiani [37-41]
2.6. Alle radici dell’iconografia cristiana [41-43]
2.7. I musulmani furono più tolleranti? [43-46]
2.8. Ostilità verso le immagini nella tradizione post-coranica [46-49]
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‹In memoria dell’archeologo siriano Khaled al-Asaad›
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NOTE
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[1] Estratto dall’intervista di Federico Fazzuoli ed Elisa Greco a Khaled al-Asaad (Tadmur, 1932 – Palmira, 18 agosto 2015) contenuta nel documentario ‹Palmira, la meraviglia del deserto. Viaggio nei siti dell’Unesco›, trasmesso da Rai 5 il 25 ottobre 2015. L’archeologo riporta una celebre frase attribuita a Zenobia, moglie di Odenato, prima e unica regina di Palmira dal 267 al 272. Quello di Zenobia fu un tentativo di resistenza in chiave anti-impero romano. Nel 2011 le prime truppe di ribelli anti-Assad, ma anche anti-Isis, si vollero chiamare ‘figli di Zenobia’.[2] Patrimonio dell’umanità per l’Unesco, Palmira è rimasta sotto il controllo dello Stato islamico dal maggio del 2015 fino al marzo 2016, quando è stata riconquistata dall’esercito di Bashar al-Assad. E poi di nuovo nelle mani dei jihadisti dall’11 dicembre 2016.
[3] Nell’agosto 2015 il direttore generale delle antichità di Damasco ha comunicato che 15 funzionari dei musei hanno perso la vita sul lavoro.
[4] Le rovine prodotte dal tempo sono cosa ben diversa dalle macerie prodotte da una distruzione deliberata e intenzionale. «La rovina non è informe ma è un’altra forma significativa, intellegibile e autonoma», notava G. Simmel nel breve saggio ‹La rovina› scritto nel 1911.
[5] Isis, oppure Stato islamico, è il modo in cui questi terroristi islamici chiamano se stessi dal 2014. Il nome per esteso in inglese è Islamic State in Iraq and the Levant. Dal corrispondente nome arabo, al-Dawla al-Islāmiyya fī al-Irāq wa l-Shām, deriva l’acronimo Daesh. Abu Bakr al-Baghdadi è il califfo che guida questa organizzazione jihadista attiva in Iraq, Siria, Libia, Mali e, più sporadicamente, in Tunisia.
[6] Sapeva trasmettere la sua passione per lo Yemen l’archeologo Alessandro de Maigret (1943-2011), che là diceva di aver compreso l’incanto di Camus a Jamilah. Per trent’anni ha insegnato archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”. Autore di molti lavori scientifici, a lui si deve anche un elegante libro di divulgazione, ‹Arabia felix›, pubblicato nel 1996 da Rusconi.
[7] Cfr. M. Fagioli, ‹Alcune note sulla percezione delirante paranoicale e schizofrenica›, prima pubblicato in “Archivio di psicologia, neurologia e psichiatria” (lug-ago 1962), poi nella rivista di psichiatria e psicoterapia “Il sogno della farfalla”, 3, 2009.
[8] S. Settis, ‹Chi devasta un’idolatria ne produce un’altra›, in “la Repubblica”, 28 febbraio 2015.
[9] «L’iconoclastia implica una posizione teologica molto precisa, la rappresentabilità del divino, e si confà più al cristianesimo che all’Islam. L’archicidio compiuto dall’Isis è piuttosto una forma politica di ‹damnatio memoriae› nell’ambito di una ideologia fanatica», così S. Ronchey intervistata da P. Del Soldà a ‹Tutta la città ne parla› su Radio 3 il 22 maggio 2015. Una posizione che la studiosa aveva espresso anche nell’ambito di ‹Lezioni di storia. Immagini contro Dio› all’Auditorium di Roma il 14 febbraio 2016 e in articoli qui citati in bibliografia.
[10] Secondo l’Unesco in Siria sono almeno 300 i siti storici che sono stati distrutti o gravemente danneggiati.
[11] Ingenti danni sono avvenuti nella fortezza medievale di Qala’at al-Madiq, che domina l’area archeologica di Apamea. Ricostruita dai mamelucchi nel XIII secolo, la cinta medievale è stata bombardata quando i ribelli vi si rifugiarono.
[12] Mari, la grande scoperta francese del 1933, dove è stato ritrovato un archivio di 20.000 testi del tempo di Hammurabi di Babilonia. Vicina alla frontiera siro-turca, è Stata duramente colpita.
[13] Doura Europos, al confine con l’Iraq, chiamata la Pompei del deserto, ospita i resti di una città del IV secolo a.C. Testimonia il passaggio di Macedoni, Greci e Romani. Il museo e il centro di ricerca presso il sito sono stati saccheggiati e devastati dai ribelli.
[14] Aleppo a fine 2016 è una città fantasma. La grande moschea omayyade era già stata in parte distrutta negli scontri tra forze governative e fazioni ribelli il 24 aprile del 2013, quando era stato raso al suolo il minareto, icona edificata nel 1094 d.C. dal sultano selgiuchide Malik Shah e dal governatore Tutush e patrimonio Unesco. Sulla rivista “Archeologia viva”, Paolo Brusasco ha scritto di un sopralluogo nel dicembre 2016 da parte di funzionari del dipartimento di antichità siriano che hanno constatato e registrato i danni subiti.
[15] Distrutta anche la moschea Khosrofiya, che Khosrof Pascià commissionò nel 1537 al grande Sinan, il ‘Michelangelo ottomano’.
[16] Le Nazioni Unite il 27 agosto 2015 diffondono foto satellitari che mostrano la distruzione dell’edificio principale del tempio di Baal, a Palmira. Le foto sono state scattate prima e dopo l’esplosione causata dall’Isis.
[17] Dopo aver distrutto il 23 agosto 2015 il tempio di Baal, i seguaci di al Baghdadi hanno attaccato anche quello di Bêl, il più importante e meglio conservato di Palmira. Dedicato a Bêl, equivalente allo Zeus dei Greci e al Giove dei Romani, fu consacrato tra il 32 e il 38 d.C.
[18] Il direttore della missione ‘Terra di Ninive’, Morandi Bonacossi, intervistato da “il manifesto” il 26 novembre 2016, tocca un punto cruciale per i restauri futuri: «Cesare Brandi, padre della moderna teoria del restauro, ci ha insegnato che la ricostruzione di un edifico distrutto è una falsificazione storica. Se programmassimo di ‘riassemblare’ il tempio di Bêl a Palmira usando i blocchi di pietra ancora in situ con l’aggiunta di materiali non antichi, ne verrebbe fuori un nuovo monumento, molto simile a quello originario ma falso».
[19] Una missione Unesco, a fine 2016, dopo due anni di occupazione da parte dell’Isis, ha iniziato a valutare la gravità dei danni. «Nimrud ha subito una distruzione sistematica e deliberata. Con le autorità irachene dobbiamo lavorare al recupero del sito; è vitale per il popolo iracheno, per la stabilità e la sicurezza della regione, per la storia dell’umanità», ha detto Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco.
[20] A marzo 2015 l’annuncio della distruzione è rilanciato da numerosi media. Sul settimanale “Left”, l’archeologo Stefano Valentini condirettore del Camnes (Center for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies) avanza dubbi. Per buttar giù le massicce mura di Hatra ci sarebbe voluto dell’esplosivo ma non ce n’è notizia. L’esplosivo tuttavia è un mezzo che altrove i jihadisti non hanno esitato a usare e di fronte ai templi che vengono fatti esplodere, dice Valentini, «non possiamo reagire con strumenti ‘tradizionali’. L’archeologia in Medio Oriente soffre di un retaggio colonialista. L’Occidente dovrebbe impegnarsi affinché le comunità scientifiche locali crescano».
[21] F. Cardini, ‹Il califfato e l’Europa›, Utet, Novara 2016, p. 11. Studioso del mondo arabo e medievista, Cardini si è spesso definito cattolico, ma non esita a dire che, mentre «il governo di Costantinopoli perseguitava i cristiani monofisiti come eretici, l’Islam invece lasciava tranquilli questi gruppi cristiani, a patto che pagassero un tributo che non era poi troppo alto e vi era la possibilità di convertirsi e di entrare a pieno titolo nella comunità di Allah» (ibidem, p. 16).
[22] Cfr. T. Todorov, ‹La paura dei barbari. Oltre lo scontro di civiltà› (2009), Garzanti, Milano 2016.
[23] S. Ronchey, ‹A sua immagine. L’eterna sfida dell’arte alla divinità›, in “la Repubblica”, 13 febbraio 2016.
[24] F. Caroli, ‹Arte d’Oriente, arte d’Occidente›, Electa, Milano 2006, pp. 9-16.
[25] Molto prima di Platone (428/427-348/347 a.C.) un episodio di feroce iconoclastia si ebbe in Egitto durante il regno di Akhenaton (1353-1336 a.C.) che abolì le divinità sostituite dal dio del sole, l’unico vero dio. I 17 anni del suo regno furono segnati da una escalation di violenza. E di feroce distruzione dell’arte precedente che rappresentava numerosi dèi. La religione monoteista che cercò di imporre aveva un «impianto teologico di tipo fondamentalista», scrive Toby Wilkinson ne ‹L’antico Egitto›, Einaudi, Torino 2012, pp. 285 sgg.
[26] M. Fagioli: «E Platone compì il delitto perché aveva detto che era anima; ovvero spirito non materiale. Dall’Oriente era giunta la favola che narrava di una fanciulla più bella di Venere, che rappresentava l’amore della donna per l’uomo; la fanciulla si chiamava Psyché [orig.?] e andava in sposa al dio dell’amore. Era una favola diversa da quelle della mitologia greca, perché alludeva ad una umanità reale, ma Platone chiuse ogni porta che desse la possibilità di conoscere la realtà della donna e di pensare alla sua identità umana» (‹Esistenza ed essere›, in ‹Left 2010›, L’Asino d’oro edizioni, Roma 2013, p. 34).
[27] S. Ronchey, ‹Iconoclastia. Il fanatismo politico che si nasconde dietro la furia teologica›, in “la Repubblica”, 28 febbraio 2015.
[28] J. Goodwin, ‹I signori degli orizzonti. Una storia dell’impero ottomano›, Einaudi, Torino 2009, pp. 170-172.
[29] ‹Ivi›, p. 17.
[30] A. Meddeb, ‹Images et religions du livre›, in “Art press”, 2004, pp. 18-24.
[31] Qusayr ‘Amra fu eretto all’inizio dell’VIII secolo (forse fra il 711 e il 715) dal califfo Omayyade al-Walīd. All’interno, sulle pareti, sono raffigurate scene di caccia, frutti e nudi femminili con uno stile che fonde varie influenze, bizantine, romane e asiatiche. In particolare, nella sala di ricevimento prevale un’iconografia imperiale, con il califfo che riceve omaggio da principi bizantini, persiani ecc. Nelle stanze private l’iconografia è edonistica, racconta piaceri sensuali. La leggibilità delle pitture è stata resa possibile da restauri dell’Istituto centrale per il restauro di Roma che, mentre scriviamo, sono ancora in corso.
[32] Citato in S. Settis, ‹Chi devasta un’idolatria ne produce un’altra›, in “la Repubblica”, 28 febbraio 2015.
[33] La mostra curata da Gian Carlo Calza ‹Akbar. Il grande imperatore dell’India›, che si tenne dal 23 ottobre 2012 al 3 febbraio 2013, permise di conoscerne lo splendore dal vivo anche a Roma.
[34] F. Boespflug, ‹Le immagini di Dio›, Einaudi, Torino 2012, p. 34.
[35] Maometto a cavallo di Burāq, solitamente rappresentato come alato con un volto di donna e una coda di pavone. Ve ne sono molte rappresentazioni nell’arte moghul, persiana e non solo. Miniature musulmane raffigurano Maometto trasportato nella sua miracolosa ascensione notturna da Gerusalemme in cielo.
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TERMINI-CHIAVE
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• archicidio (‹damnatio memoriae›)• Awsan (regno di Awsan)
• caldei
• curdi
• Daesh (al-Dawla al-Islāmiyya fī al-Irāq wa l-Shām)
• Enkidu
• Gilgameš
• Hadramawt (regno dell’Hadramawt [orig.])
• iconoclasmo
• iconoclastia
• iconodulia
• iconofobia
• Isis (Islamic State in Iraq and the Levant)
• Ištar (detta anche Inanna)
• Minei (regno dei Minei)
• Qatabanici (regno dei Qatabanici)
• Saba (regno di Saba)
• wahhabita (wahhabiti, da Muhammad ibn’Abd al-Wahhab, 1703-1792)
• yazidi
• Zenobia (moglie di Odenato, regina di Palmira dal 267 al 272 e.v.)
• zoroastriani
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ANNOTAZIONI E SPUNTI
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•[1·0·1]• «[…] aramaico: una sorta di lingua franca nel mondo arabo preislamico»: per “mondo arabo” qui si intende il Medio Oriente, di cui quella araba è in realtà solo una componente; l’aramaico veniva utilizzato ampiamente anche da popolazioni indoeuropee e semitiche (qualsiasi cosa s’intenda con queste denominazioni).•[2·2·3]• «I nazisti […] perseguivano [sic!] gli artisti d’avanguardia […]»: s’intende probabilmente “perseguitavano”, dacché “perseguivano” presupporrebbe che avessero commesso qualche reato (lasciamo comunque senza modifiche, suggerendo la sostituzione tra parentesi quadre).
•[2·2·4]• «L’Isis intende annientare l’eredità […] dei primi due millenni [sic!] di storia musulmana […]»: svista, si tratta dei primi due “secoli”, e non “millenni” (lasciamo anche in questo caso senza modifiche, suggerendo la sostituzione tra parentesi quadre).
•[2·2·5]• Nella nota 5: «Abu Bakr al-Baghdadi è il califfo [sic!] che guida questa organizzazione jihadista […]»: il titolo di “califfo” pare però sia abusivo e millantato, in quanto tradizione vuole che la carica sia ereditaria, e i califfi storici sarebbero scomparsi senza lasciare discendenti.
•[2·3·4]• «[…] territori controllati dalle milizie del califfo al-Baghdadi […]»: per quanto riguarda la legittimità del titolo di “califfo”, vedi annotazione al cpv. 2·2·5.
•[2·3·5]• «[…] danni che non sappiamo ancora quantizzare»: più che “quantizzare” — termine attinente alla fisica quantistica — sarebbe più appropriato “quantificare” oppure, se si preferisce, il più comune “valutare”.
•[2·3·7]• Nella nota 20: «L’Occidente dovrebbe impegnarsi affinché le comunità scientifiche locali crescano»: forse però non è sufficiente; occorre anche realizzare che tesori archeologici di inestimabile valore scoperti, dissepolti e restaurati costituiscono un potenziale obiettivo di azioni “belliche” o “terroristiche” (in senso culturale ma anche, purtroppo, pratico); occorre quindi mettersi e mantenersi nelle condizioni in cui possano essere adeguatamente difesi oppure in cui non siano soggetti a minacce. Se ciò non è possibile, andrebbe valutato se non sia preferibile lasciarli intatti alle future generazioni (nell’auspicio che queste si rivelino migliori delle attuali).
•[2·5·2]• «[…] legittimati dalla conversione di Costantino nel 313 […]»: però non risulta che Costantino si sia veramente convertito; la madre (Elena?) pare fosse convintamente cristiana; lui pensava semplicemente di poter trarre vantaggio dall’appoggio dei cristiani, ed era sicuro di poterli tenere sotto controllo.
•[2·5·5]• Nella nota 25: la riforma monoteista di Akhenaton aveva un «impianto teologico di tipo fondamentalista» (Toby Wilkinson); tuttavia non è detto che le motivazioni “teologiche” della riforma fossero quelle determinanti; si potrebbe anche sostenere ci fossero motivazioni di ordine politico, come il tentativo, da parte del Faraone, di limitare il potere sacerdotale (che presto ebbe la sua rivincita).
•[2·5·6]• Nel testo originale: «[…] così come per Platone erano irrapresentabili [sic!] le idee», è un evidente refuso, dev’essere «…irrappresentabili…» (corretto).
•[2·6·2]• «[…] con la conversione di Costantino che promuove l’arte cristiana […]»: comunque non risulta che Costantino si sia veramente convertito; vedi annotazione al cpv. 2·5·2.
•[2·8·1]• «Nel testo che, secondo i musulmani, Allah dettò a Maometto […]»: per l’esattezza — almeno stando a quanto afferma wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Corano) — il testo sarebbe stato trasmesso oralmente a Maometto tramite l’Arcangelo Gabriele, Maometto lo avrebbe quindi “recitato” a diversi testimoni (i quali ne mandarono a memoria parti o la totalità) nonché ad alcuni “compilatori”, i quali si occuparono di trascrivere il testo. Dopo la morte di Maometto (nei 20 anni successivi), questi testi vennero raccolti, risistemati e pubblicati in 4 copie (distruggendo versioni discordanti) per ordine del califfo ʿUthmān b. ʿAffān. Gli Hadith, aneddoti sulla vita del profeta Maometto, dei quali non è in genere rintracciabile la fonte, sarebbero invece stati raccolti e messi per iscritto diversi secoli dopo la sua morte.
•[ivi]• «Diffidenza ereditata dalla patristica, e in particolare da Clemente Alessandrino […]»: Tito Flavio Clemente, meglio conosciuto come Clemente Alessandrino (circa 150 – 215), è uno dei Padri della Chiesa; vedi wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Clemente_Alessandrino); visse quindi diversi secoli prima di Maometto. È menzionato nel § 2·6 come Clemente di Alessandria.
•[ivi]• «[…] il visibile sarebbe di ostacolo al rapporto con il divino, con dio inteso come l’assoluto»: “assoluto” oppure “infinito”? Se fosse “infinito” si comprenderebbe forse meglio l’impossibilità di darne una rappresentazione visibile.
•[2·8·2]• «[…] aborriscono le statue, in quanto immagini che hanno un’ombra come gli esseri viventi […]»: chi avrebbe mai detto che questa proprietà (quella di avere un’ombra) fosse tanto importante? Il testo comunque parla di “venerazione” e non di “adorazione”; che cosa impedirebbe di “venerare” qualcosa che fa ombra (foss’anche un essere umano)?
•[ivi]• «[…] risponde ancora Gerard Russell»: è l’autore del libro ‹Regni dimenticati› (2016), citato nel cpv. 2·2·6.
•[2·8·6]• «Il divieto delle immagini cultuali risalirebbe alla cattività babilonese degli ebrei […]»: in realtà l’aniconismo era precedente, tant’è vero che i Babilonesi non poterono trasportare a Babilonia, come avevano fatto per altri popoli, le statue delle divinità ebraiche.
•[ivi]• «Nella Bibbia, diversamente dal Corano, si possono trovare inviti espliciti all’iconoclastia […]»: i riferimenti sono in realtà ai testi dell’Antico Testamento, quindi della Torah, il testo sacro della religione ebraica. Occorre tenere a mente che per i musulmani anche la Torah, i Salmi, il Vangelo e l’Avesta sarebbero testi di ispirazione divina, seppure “corrotti dal tempo o dalla malizia degli uomini”; vedi wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Islam, alla voce “Testi sacri”).
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Simona Maggiorelli, ‹Attacco all’arte. La bellezza negata›, L’Asino d’oro 2017.
- Prefazione di Tomaso Montanari
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